Box "Illegalisti e regicidi"

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Rubare, essere fuorilegge... uccidere un re. Queste storie ci raccontano come tutto ciò che la strada per la giustizia spesso e volentieri non coincide con quella della legge. 

***HO UCCISO UN PRINCIPIO
Nell'afa di una Milano ancora intontita per le cannonate che il generale Bava Beccaris ha sparato sulla folla inerme, un tessitore anarchico di trent'anni aspetta il suo momento. È appena tornato dall'America, dove è emigrato per sfuggire alla miseria e alle persecuzioni, e ha con sé una rivoltella appena comprata a New York. Il suo obiettivo è il petto pieno di medaglie di Umberto I di Savoia, quello che la retorica monarchica chiama il Re Buono e che il popolo ha invece ribattezzato Re Mitraglia dopo i morti di Milano, e della Sicilia, e della Lunigiana… I tre colpi che Gaetano Bresci spara al cuore del re non colpiscono solo il singolo ma anche la sacralità del suo potere. E il quarto colpo, quello non esploso, Bresci sa di averlo sparato contro se stesso. Percosse, isolamento, deprivazione sono quello che si aspetta. Forse anche l'omicidio camuffato da suicidio. Ma a Monza quella sera di luglio la mano del tessitore anarchico non trema.

***LA CAVALCATA ANONIMA
Tra romanzo e realtà storica, questo racconto in gran parte autobiografico parla delle migliaia di antifascisti – italiani, spagnoli e tedeschi, ma anche ucraini, cechi e ben presto francesi – che allo scoppio della seconda guerra mondiale cercano disperatamente un modo per sfuggire a quella trappola mortale che sta diventando l'Europa. Braccati dalle dittature che hanno trionfato in patria, scoprono di doversi difendere anche da quelle democrazie liberali che pur proclamandosi antifasciste a questi rifugiati senza documenti e senza diritti riservano solo il campo d'internamento o l'espulsione. Ma anche se la situazione appare disperata, questi uomini – e queste donne – che non si arrendono agli incubi del presente sanno bene che la loro cavalcata anonima, nonostante le sconfitte, non si fermerà. Queste sono le loro storie, storie di solidarietà e fratellanza, narrate da chi era con loro e ne ha condiviso le paure e le speranze, la rabbia e la determinazione.

***RUBARE PER L'ANARCHIA
Figlio della Marsiglia proletaria, Marius Jacob a 11 anni si imbarca come mozzo e a 16 inizia la sua militanza anarchica. Vorace lettore di Zola, Verne, Hugo e Malatesta, si convince che «la proprietà è un furto» e di conseguenza decide di agire in prima persona nella redistribuzione della ricchezza. E così diventa un ladro geniale, i cui colpi segneranno la storia del furto con scasso grazie anche all'invenzione di strumenti innovativi come trapani a manovella, diamanti per tagliare il vetro e financo un dispositivo per richiudere le porte scassinate e dare l'illusione di una casa inviolata. Fonda anche una sua banda che non a caso si chiama «i lavoratori della notte», e in soli tre anni (1900-1903) mette a segno 156 «riappropriazioni» ai danni di banchieri, prelati e magistrati. Catturato, dopo un celebre processo che si tramuta in un atto di accusa alla diseguaglianza sociale, viene condannato ai lavori forzati a vita, sopravvive per vent'anni all'inferno della Caienna e torna libero solo nel 1927, grazie a una campagna nazionale in suo favore. Se smette di compiere furti, non smette di essere anarchico, e lo rimarrà fino alla fine dei suoi giorni, cui pone fine volontariamente nel 1954.